ULISSE AD AUSCHWITZ

SE QUESTO È UN UOMO

dall’opera di Primo Levi

con

Daniele Salvo

Martino Duane

Patrizio Cigliano

Simone Ciampi
reading a cura di Daniele Salvo

Dal 20 al 25 Febbraio va in scena al Teatro Ghione Se questo è un uomo dall’opera di Primo Levi, con la regia di Daniele Salvo e con Martino Duane, Patrizio Cigliano, Simone Ciampi. E potrei fermarmi qui, dopo aver scritto soltanto il titolo, pesante come un macigno, freddo come la neve, quella di Auschwitz; doloroso come spilli che solcano pelli umane. Eppure il regista, Daniele Salvo, vuole prendere per mano lo spettatore addentrarlo in quei campi di concentramento, proiettati alle sue spalle e a quelle degli altri perfomer. Lo fa con delicatezza, senza la presunzione di insegnare, senza alterare una riga soltanto di quelle che l’autore, Primo Levi, ha sentito il dovere di riportare con estrema fatica. Ed è la fatica che deve essere trasmessa, insieme agli occhi aperti su corpi consumati, spogliati da dignità, senz’anima, senza speranza, se non quella di aver vissuto fino al giorno in cui, qualcuno, la vita ha deciso di cambiargliela. Sono uomini, quelli in scena, che compatiscono (nell’accezione etimologica della parola) il dolore di altri, sopravvissuti all’orribile fabbrica di morte, Auschwitz, che produsse oltre un milione di vittime di cui il 90% ebrei, ma tra quelle mura finirono anche polacchi, russi, Rom, Sinti, omosessuali e testimoni di Geova. Sono attori che interpretano, leggendole, le parole della testimonianza lasciataci da Levi: parole precise, dettagliate, scandite da realtà macabre e, purtroppo, come il mondo intero sa, senza romanzare una virgola. Letture che sono la danza macabra della memoria storica, in una scenografia didascalica e semplice, composta da cappotti a terra sul palco, come se fossero anime dimenticate; una neve che ricorda il freddo entrato fin dentro le ossa; valigie con una sola destinazione scritta: Auschwitz, per l’appunto. Lo spettatore regge, a denti stretti le lacrime durante tutta la performance. Ce n’è uno, però, di momento ancora più umano di tutti quelli proposti dagli attori/Primo Levi sul palco: con timbri dolci ma sofferenti, come quelli di uomo che teme la morte ogni secondo cha passa, a piccoli sforzi, disegnando un sorriso sul viso ben visibile dalle luci e dalla mimica facciale, ripercorre a memoria i passi di Ulisse del XXVI canto dell’ Inferno di Dante Alighieri: piccoli stralci di vita in un lager di morte, la vita di un uomo che ha saputo ricordare.

Maria Francesca Stancapiano.

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L’ODORE ASSORDANTE DEL BIANCO. UN’ASSENZA DI COLORI CHE FA MALE

di STEFANO MASSINI

con ALESSANDRO PREZIOSI

regia ALESSANDRO MAGGI

Testo vincitore del Premio Tondelli Riccione Teatro 2005

VINCENT VAN GOGH L’odore assordante del bianco, di Stefano Massini

personaggi e interpreti

Alessandro Preziosi Vincent Van Gogh

Francesco Biscione Dottor Peyron

Massimo Nicolini Theo Van Gogh

Roberto Manzi Dottor Vernon-Lazàre

Alessio Genchi Gustave, infermiere

Vincenzo Zampa Roland, infermiere

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta

musiche Giacomo Vezzani

supervisione artistica Alessandro Preziosi

Coproduzione Khora.teatro, TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo

in collaborazione con Festival dei due mondi – Spoleto

Il teatro fisico, se ben riuscito, è una sublimazione. Già Craigh lo aveva anticipato nello studio dell’attore come supermarionetta, individuando, nel linguaggio teatrale, quello cinetico. Decroux insisteva sull’importanza mimico facciale e Artaud dava rilievo anche allo studio della voce che un attore doveva compiere. In buona parte uno studio anatomico è stato riportato da grandi e illustri studiosi che di teatro ne hanno scritto dopo aver toccato e consumato più volte un palcoscenico, provando la catarsi totale nell’indossare panni di personaggi diversi senza, per la durata dell’intera performance, essere capaci di spogliarsi di questi. La sera del 13 febbraio al teatro Eliseo è andato in scena la prima romana del dramma di Stefano Massini L’odore assordante del bianco con la regia firmata da Alessandro Maggi. In scena l’attore Alessandro Preziosi ha ritratto quanto sopra riportato: un encomiabile e completo lavoro sul corpo, a partire dall’alluce del piede, padrone della vista per alcuni secondi, alla voce, un miscuglio tra un cavernicolo e un uomo civilizzato, ma stanco di esserlo. Lo spettacolo vuole raccontare gli ultimi giorni di vita del celebre pittore Vincent Van Gogh all’interno delle mura del manicomio di Saint Paul. Le allucinazioni lo portano ad un dialogo immaginario con il fratello, oramai deceduto, Theo. Da questo dialogo emerge il carattere dell’artista dei girasoli, dell’uomo che dipingeva la realtà perché mosso da un’inspiegabile forza motrice dell’universo; del suo forte amore per il giallo cromo, a base di cromato di piombo, la sua firma. Grazie all’interazione degli altri perfetti attori/personaggi sulla scena, emergono le diverse sfaccettature dell’uomo: di confidenza e tenerezza nel dialogo con Theo/ Massimo Niccolini; di rabbia e disperazione con il dottor Peyron/Francesco Biscione; di arrendevolezza con Dottor Vernon-Lazàre/Roberto Manzi. Emerge, anche, un amore sviscerato per l’anticonvenzionalità sociale di quell’epoca e per la vita al punto da impazzire, sempre di più, laddove il colore non esiste,: esiste un’assenza, di questo, che rimbomba all’interno delle quattro mura bianche disegnate da Marta Crisolini Malatesta, riuscendo a restituire anche l’apnea e un senso di soffocamento in parallelo alla performance dell’attore Preziosi/Van Gogh. Si guarda alla malattia con tenerezza, con dolcezza, con compassione, nel significato etimologico del termine e non è soltanto la camicia di forza, indossata dall’inizio alla fine della performance, a rimandare a questa. Alessandro Preziosi mostra fino all’ultima fila della platea, una mimica dell’uomo sofferente, il tremolio di un corpo convulso e stanco, il tic del piede, quando il resto del corpo sembra riposare. L’intero pensiero sulla biomeccanica teatrale è concentrato su quel palco, grazie all’occhio del demiurgo Alessandro Maggi. La commozione abbraccia l’uomo di quello spettacolo fino a desiderare di restituire un abbraccio a quel piccolo grande pittore di Arles capito, come sempre succede, dopo la sua morte.

Maria Francesca Stancapiano

CREDITS MANUELA GIUSTO

Sei tu.

“Sei tu” le dice. Una certezza in quella frase che rimarcava un mondo, un passato, una storia. Una fra tante, da custodire. “Tu. Qui. Ora”. Si protrae verso di lei e, senza far passare un altro secondo, la stringe, forte. La respira, le tocca anche i suoi, di capelli, per accertarsi che non fossero ancora bianchi. Poi le prende il viso e la sua mano. E la porta al proprio. Di viso. Due angeli che si scambiano la vista. Due essenze animali, che si riconoscono oltre la luce.

LA NOTTE POCO PRIMA DELLE FORESTE

Compagnia Gli Ipocriti diretta da Melina Balsamo

Pierfrancesco Favino
Regia Lorenzo Gioielli

LA NOTTE POCO PRIMA DELLE FORESTE

Uno dei più bei spettacoli visti. Favino è uno straniero nostro contemporaneo che parla poco italiano ma mastica la fame di sentimenti in una terra che non lo vuole, che lo fa sentire un emarginato. Sogna un sindacato internazionale dove l’uomo, qualsiasi, non abbia una razza, una lingua che lo contraddistingue: abbia solo diritti, di vivere in maniera onesta e pura, per addormentarsi, poi, tranquillo, in una foresta ideale, dove l’altro non dia la caccia a nessuno, se non per cercare l’amico da amare. In scena non c’è la sensazione di vedere Favino, ma un uomo emarginato dalla società. L’ attore ha fatto un eclatante lavoro su se stesso, il lavoro dell’attore, quello vero, tanto da renderlo irriconoscibile, se non per somiglianza visiva a cui siamo abituati a riconoscerlo.

Sarebbe stato bello se in platea fossero stati invitati GRATUITAMENTE tutti gli emarginati dalla società, tutti coloro a cui diffidiamo avvicinarci; tutti quelli a cui, alla domanda “hai da accendere?”, indietreggiamo spaventati come fossero un “bau bau” che la società ci ha obbligati a vedere come cattivi. Buzzati già, anni fa, in uno dei suoi racconti più belli, “Il bau bau” appunto (all’interno della raccolta “Le notti difficili”) ha provato, con delicatezza e dolcezza a spiegarci che è il “bau bau” a temere noi, a desiderare da noi solo comprensione, scambio, ascolto. Niente altro che queste semplici cose.

Niente si è ancora evoluto.

E DI QUANDO…

E di quando ti gettai un amo per amare

Ricordo
Le tue mani in tasca, poco prensili, poco tatto

E di quando raccolsi pezzi di vetro per specchiarti
Ricordo
I tuoi occhi spegnersi per il riflesso di una luce spenta.

E di quando i miei tacchi suonavano la musica della libertà, mentre mi allontavo
Ricordo

un sorriso tagliente al gusto di vita sulle tue labbra.

E di quando ti accorgesti di essere solo un castello di parole
Crollasti.
Lo ricordo.

BUONA STRADA

Ho percorso tante strade e non mi sono ancora sentita arrivata, e non ne ho voglia!

Tutte le volte che pedalavo una bicicletta ( e tante ne ho avute!) riuscivo a godere del sole sul viso, del freddo sulle mani, della pioggia sull’asfalto, del traffico per le strade. A volte desideravo arrivare, raggiungere la meta perché stanca. Ma poi, una volta fatto quello che dovevo fare, la smania di continuare a rimettermi sul sellino e riprendere a correre, era più forte di qualsiasi altra meta. E, allora, non c’era più caldo, freddo, traffico. C’era la voglia di andare avanti, oltre, scoprire. Tutto questo continua. Sempre. Ogni giorno, anche a piedi, anche in una metro, anche da seduta. Non fermatevi mai. Siate sempre pronti a ripartire. Controllate se le ruote sono gonfie. Abbiate un campanello per annunciarvi. Abbiate freni per fermarvi quand’è il momento; abbiate una buona energia per percorrere nuove strade: BUON 2018!!!